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Il sacrificio

L’uomo camminava sulla sponda del fiume, in compagnia del suo solo bagaglio, come fosse stato condannato a vagare senza pace. Pareva incapace di fermarsi a lungo: un dolore sordo e ostinato al fianco destro lo riportava al bisogno fisico di muoversi, quasi potesse distrarsi. Da anni e anni peregrinava così, giorno per giorno, senza una meta precisa o un obiettivo, salvo l’idea di poter infierire un giorno sul nemico che l’aveva colpito a sorpresa, senza dargli il tempo di difendersi. Da quel giorno, tanti anni prima, sentiva d’aver perduto ogni cosa mentre difendeva la propria vita. Era rimasto con lui solo quel dolore che gli impediva il riposo, insieme a un misto di rabbia e risentimento, di senso d’ingiustizia e di orgoglio ferito, di bisogno di riconoscimento e commiserazione per se stesso. Si sentiva un reietto, incompreso e ingiustamente rifiutato, abbandonato dal mondo dopo aver vinto la battaglia più ardua, quella con la Morte.

L’aria del tardo pomeriggio era pigra, densa di caldo e di umidità, e l’erba fiorita era profumata e invitante. L’uomo lasciò cadere il suo fardello e si sdraiò sulla sponda del fiume, troppo stanco quel giorno per continuare. Sapeva che quando la stanchezza prende il sopravvento, anche il dolore reclama la sua parte. Così, come ormai s’aspettava, il dolore emergeva per attanagliarlo senza dargli tregua.
E il dolore, ancora una volta, aveva il sapore amaro del tradimento, quello metallico del sangue, quello salato delle lacrime.
Il dolore. La ferita.
La sua ferita. Una ferita antica.
“Cos’è una ferita?” si interrogò, guardando le nuvole gonfie e leggere che si rincorrevano in cielo addensandosi, mentre si palpava il costato ritrovando l’ampia cicatrice. Una lacerazione, una scissione insanabile. Partoriva in lui quel dolore che invano aveva cercato di dimenticare. “Un segno profondo che fa male, per il quale si sta scomodi tutta la vita”. Il ricordo di una battaglia vinta, la più importante, contro la Morte stessa. Una persecuzione, una maledizione che lo faceva prigioniero nel suo stesso corpo come in un’armatura troppo stretta. Una gabbia opprimente. Quando la gabbia si sarebbe aperta?
L’antico senso di ribellione, vecchio quanto la ferita stessa, gli fece ribollire la rabbia in corpo. Si levò a sedere, col viso stravolto dall’ira e dal dolore una volta di più.
Una sola parola gli risuonava dentro. Liberarsi. Voleva liberarsi per sempre dal dolore.
Quasi inconsciamente si ritrovò a pensare: “…La libertà richiede un sacrificio. A cosa rinuncerei per essere libero da questo dolore?” Non era più in grado di lottare contro quella sofferenza, si sentiva sconfitto. Costretto da una fitta a ripiegarsi su di sé, lasciò esplodere la collera e gridò, gridò a lungo tutta la sua rabbia e la sua frustrazione sulla sponda del fiume.

Un movimento rapido percepito con la coda dell’occhio, un fruscio, e una figura saettò tra i cespugli cercando la fuga. L’uomo si sentì pervadere da un’onda omicida: chi lo stava osservando? Chi si era permesso di assistere al suo sfogo, rubando uno dei rari momenti in cui si abbandonava alla celebrazione della sua sofferenza? D’impulso si alzò, dimentico del dolore, e prese a rincorrere urlando la figura leggiadra e bianca che rapidissima sembrava volare, più che corrergli dinnanzi. Poco importava in quel momento se fosse uomo o donna, giovane o meno… Lui doveva punire, lavare l’onta, purificare come la pioggia che iniziava a versare dal cielo. Nessuno poteva vederlo così, in quello stato pietoso, e restare integro e indenne. La furia gli metteva le ali ai piedi. Voleva prendersela con qualcuno e sfogare la sua ira e la sua sete di vendetta. Avrebbe colpito e forse ucciso come già aveva fatto altre volte, e questo per un attimo gli avrebbe dato sollievo, come il senso di aver pareggiato i conti vestendo i panni del carnefice anziché della vittima… Poco importava se la persona che aveva poc’anzi assistito alla sua umiliante sconfitta nulla poteva e nulla c’entrava… Cieco di furore, non si accorse d’essersi addentrato nel folto del bosco, lontano da ogni sentiero. L’unico suo obiettivo era raggiungere la preda e colpire, colpire, colpire… D’improvviso sentì un fiotto di sangue affiorargli alle labbra e ogni forza l’abbandonò, come se le gambe gli fossero state tagliate col respiro. Crollò di colpo, sorpreso, accorgendosi di aver seguito la bianca figura, ora svanita nel nulla, nella penombra minacciosa e gelida di una grotta. Il sangue che gli sgorgava dalle labbra lo riportava al passato, come il dolore al costato che era tremendamente vivo ora, e lo annientava rendendolo simile a un verme mutilato che si contorce sulla terra nuda.
Le sue mani corsero d’impulso alla cicatrice. Intatta. Ma tutto il resto sembrava come allora, come quando era stato ferito, tolto il sangue che quel giorno, anni prima, aveva inondato anche il torace e la terra fuoriuscendogli dal taglio fresco. Come poteva la ferita essersi riaperta dentro, dopo tanto tempo?
L’odore della pioggia e della terra umida lo pervadeva, sottile e penetrante, e l’uomo sentiva il corpo intorpidirsi e la vista annebbiarsi, mentre continuava a ingoiare il sangue che ora copioso risaliva alla bocca riarsa.
Stava morendo?
Di colpo realizzò d’essersi perduto, e d’essere solo. Solo e isolato. E inerme. Nessuno l’avrebbe soccorso, nessuno l’avrebbe cercato. E nessuno l’avrebbe pianto.
In quel momento realizzò di aver investito anni e anni nella propria commiserazione, separato dal mondo e incurante di tutto, assorbito solo dal suo dolore assoluto e dal suo orgoglio ferito…perché quella era la ferita che più gli bruciava, e solo ora poteva percepirlo con chiarezza.
Gli avevano tutti voltato le spalle, aveva detto a se stesso tante volte, lamentandosene. E ora, scivolando sempre più nell’indistinto, riconosceva d’essersene andato da tutti lui per primo, chiudendosi nella sua rabbia, nel suo dolore e nel suo ostinato risentimento. Adesso stava morendo davvero, se lo sentiva. Era stremato, e si sarebbe dovuto arrendere alla Morte nemica, in questa occasione…non avrebbe avuto la forza di combatterla e ricacciarla indietro una seconda volta, non ridotto così, in quello stato. A quel punto, gli balenò in mente, forse avrebbe potuto pregare…

Da quanto tempo non pregava? Si rese conto di non aver mai più pregato da quando la ferita gli aveva avvelenato l’anima… Aveva maledetto gli eventi e la Vita stessa quando, il giorno in cui era stato trafitto, si era sentito così vicino a lasciarla… E aveva voltato le spalle a una Divinità che aveva giudicato tanto crudele e ingiusta da aver permesso che ciò accadesse proprio a lui… Ora si rendeva conto che non era lui il reietto, non era lui ed essere stato respinto. Aveva lui stesso scacciato, addirittura rimosso il Divino dalla propria vita…
Lui per primo aveva rigettato la fede, quella fede che prima della ferita aveva sempre nutrito e sostenuto la sua esistenza. Perché l’aveva fatto…? ...Si sforzò di pensare, come se fosse importante riordinare i pensieri e i tasselli sparsi e sperduti di quella sua vita lasciata andare alla deriva, alla fine…

E la risposta affiorò. Aveva avuto paura. Credendosi vicino alla Morte, quel giorno lontano, aveva perso fede e dignità, aggrappandosi alla vita terrena come se non esistesse altro, sconfessando in quell’unico momento una vita intera di professati ideali… Era lui il traditore, lui, che negli ultimi anni si era creduto e dichiarato tradito, e s’era addirittura sentito in diritto di pretendere giustizia…
Lui, così attaccato alla sua piccola vita da lottare con tutte le sue forze contro la Morte, scendendo a patti con un lato oscuro che non sapeva di portarsi dentro pur di ottenere una proroga… E da quel momento, dal momento in cui credeva d’aver vinto e scacciato la Morte, aveva votato la sua vita alla ricerca di vendetta e di soddisfazione, alla celebrazione quotidiana del dolore stesso, che solo agli occhi del suo proprio ego lo rendeva vittima di un mondo crudele e di un Dio ingiusto…
Quello era l’inferno.
L’inferno, ebbe la forza di pensare, ecco cos’era stata la sua vita negli ultimi anni. Una spasmodica ricerca di motivazioni e ragioni che giustificassero la sua chiusura, una sterile ricerca di vendetta e soddisfazione per alimentare il suo dolore e il suo orgoglio ferito. Una celebrazione della sua cecità infantile. Era prigioniero di un inferno che lui stesso aveva creato.

Gli tornò la domanda che si era posto sul fiume. Cosa avrebbe sacrificato pur d’essere libero? Sacrificare. Lasciar andare. Spogliarsi…di cosa…per lasciar emergere…cosa…?
Abbandonare ogni ribellione, e smettere di combattere, di resistere, di sopportare.
Si rivide giovane, al cospetto del suo nemico che lo assaliva, trafitto, ferito, terrorizzato, schiacciato dalla sua stessa paura di lasciare la Vita. Ribelle alla Morte, allora aveva lottato per riemergere dal buio che gli calava davanti agli occhi. Quel giorno di tanti anni prima aveva resistito, aveva respinto e ricacciato indietro il dolore che lo squarciava, incapsulandolo dentro di sé per proteggersi dalla sua devastazione. Le labbra lacere della ferita avevano saputo contenere e arginare la sofferenza che da lì si espandeva per divorare il corpo e risucchiargli la vita. La paura di dover lasciare la propria esistenza e il proprio corpo lo aveva difeso, corazzandolo e congelandolo in uno spasmo che tratteneva il sangue, impedendo alla vita stessa di scorrergli via senza ritorno.
Aveva saputo resistere alla Morte. L’aveva vinta, trionfando su essa. Era rimasto sulla Terra, vivo, vittorioso, superbo… E ferito, e frustrato, e crudele.
La ferita l’aveva allontanato, scisso, separato da se stesso, e lui le aveva permesso di essergli padrona e sostituirsi al suo arbitrio e al suo discernimento.
Ora ne prendeva coscienza. E ora, nel presente che rimandava al passato, mentre l’oscurità prendeva possesso dei suoi occhi e il gelo del suo corpo, gli sembrò di intravedere una bianca figura farsi avanti dal fondo cieco della grotta buia. Un’allucinazione, un effetto della Morte che sopraggiungeva, si disse…eppure gli pareva che la figura emanasse luce…
Si scoprì a ridere di sé, dandosi del visionario…
Espellendo sangue e vita mentre tossiva, cercò di cogliere con gli ultimi sguardi offuscati qualcosa in più della visione. Una donna.
Era la donna vestita di bianco che aveva inseguito correndo fin lì, portandosi da solo alle soglie della propria morte.
Una Dama Bianca, si sorprese a pensare. La mitica figura fatata che compare ai morenti. E lui l’aveva inseguita… Aveva inseguito la propria morte, si disse con una punta di amaro sarcasmo, dopo esserle sfuggito tempo prima…. Forse avrebbe dovuto arrendersi alla Morte allora, quando era stato ferito… La sua ribellione alla Morte l’aveva imprigionato nella sofferenza. E ora desiderava solo d’essere libero.

Si lasciò andare, finalmente.
Lasciò se stesso, e lasciò il suo attaccamento alla ferita che gli aveva difeso e imprigionato la vita.
E quando l’uomo accolse in sé il buio accettando la Morte, la Luce lo accolse in sé.
La luce emanata dalla donna in bianco lo raggiunse avvolgendolo, e lei gli si inginocchiò accanto, e lo strinse in un amorevole abbraccio. Lo sguardo ormai velato dell’uomo colse il bel volto e le membra morbide che lo cingevano di compassione nel chiarore abbagliante. I setosi capelli di lei gli sfioravano il viso segnato dal dolore, tergendo lacrime che piangevano la sua stessa scomparsa dal mondo… Com’era bella…e com’era bello morire, si stupì… Gli pareva di tornare a casa dopo secoli di un errare senza tregua…. Che bello morire…quanto amore…quanto calore…quanta pace… Una fantasia di calore liquido, materno, confortevole, che lo avviluppava e sosteneva il suo corpo senza peso… poi un tuffo nell’Universo senza tempo dell’Amore degli amanti eterni… Un senso di unione, appartenenza, comunione mai provato prima…
Che bello morire, pensò ancora mentre il cuore si scioglieva… se solo l’avesse accettato allora… Quanti anni di sofferenze, di battaglie perse in partenza, di tempo speso inutilmente a cercare una vendetta e una soddisfazione altrettanto inutili si sarebbe risparmiato… Aveva vagato per anni come un fantasma, si disse, e forse era morto allora, il giorno in cui era stato trafitto, senza aver avuto il coraggio di accettarlo…
La Dama lo baciò dolcemente, lasciandogli sulle labbra un sapore di miele e di rose, inondandolo di ebbrezza ed estasi. Poi lentamente, come in sogno, lei si ritrasse sciogliendo l’abbraccio… E lui si sentì catapultato indietro, e iniziò a precipitare nel vuoto…

Di colpo l’uomo si ritrovò solo, sul suolo nudo della grotta, la mente sconvolta e pulsante di domande… Solo e disorientato, con il corpo che gli doleva in ogni punto… e ogni punto che doleva come un altro, scoprì sorpreso… Dov’era il dolore che l’aveva piegato per tutti quegli anni?
Ma un’altra scoperta lo inondò di amarezza, distogliendolo dalla sorpresa. Dov’erano finite la pace, la comunione, l’estasi che aveva assaporato per un attimo? Ancora una volta si ritrovava solo, su una Terra che non gli aveva offerto altro che dolore e delusioni… Aveva accettato di morire e si ritrovava ancora vivo…e una volta in più si sentì tradito e abbandonato.
Si sentiva defraudato da qualcosa che si era meritato e che gli era appartenuto per un attimo, come se la ricompensa di tanta sofferenza e patimento, la ricompensa della resa finale, del sacrificio della vita stessa, gli fosse stata sottratta all’improvviso, lasciandolo nudo e senza difese…
Senza difese…
Dov’era il dolore, la ferita che lo piegava? Svaniti…
Era libero…ma neanche questo lo appagava…neanche questo ora lo rendeva felice…
Cosa sarebbe stato di lui, ora, guarito nel corpo, liberato e così dolorosamente vivo, depauperato di quella luce amorevole e appagante che solo l’esperienza di morte gli aveva offerto? Umiliato e disorientato, mentre la rabbia e la frustrazione riemergevano, si accorse che ancora una volta stava soccombendo alla scissione interiore, alla separazione che lo riportava all’inferno oscuro del proprio ego infantile e pretenzioso, e questa volta volle chiedere aiuto, e allontanando la rabbia pregò.
In ginocchio pregò, con la fronte abbassata alla Terra, umile e non più umiliato.
Perché non era degno nemmeno di morire?...chiedeva sincero. Nemmeno la Morte l’aveva accettato. Era davvero un reietto, respinto perfino dalla Morte consolatrice e pacificatrice… Era dunque quello che si meritava?
Finalmente si arrese davvero, senza più rabbia alcuna, sacrificando questa volta orgoglio e aspettative, attese e pretese, mentre invocava e chiamava su di sé quella Giustizia Divina che ordina ogni cosa, rimettendosi a essa devastato e col cuore infranto.
Finalmente sottomesso, accettava di provare un dolore più grande della paura stessa della fine.

E, finalmente, una voce giunse al suo cuore, e un calore dolcissimo e nuovo lo percorse e lo fece rabbrividire di un piacere sconosciuto ai sensi.
“Figlio della Terra, sii benedetto e vivi in pace. Sei tra gli eletti che sono morti e ritornati morendo a se stessi prima di morire alla Vita.
Accettando il morire, arrendendoti alla Volontà Divina inconoscibile, hai ottenuto il privilegio di toccare una beatitudine concessa a pochi, solo a quelli che hanno il coraggio di guardarsi dentro senza mentire a se stessi, che hanno il coraggio di accettare la loro sorte così com’è senza più resistervi.
Avevi costruito un altare alla tua sofferenza, e celebrandola ogni giorno ti eri legato ad essa sempre più, identificandoti con la tua ferita. Ora sei stato capace di rinunciarvi, di respingere l’idolo.
Sei tornato a te stesso, ti sei riaperto alla Vita e al Divino, e per questo hai ricevuto un dono: ti è stato dato di assaporare quanto di più prezioso vi sia al mondo, la coscienza di appartenere all’Amore Divino. E non per un fugace momento. In realtà, nella Realtà della tua vera esistenza, puoi tornare a quell’Amore, a quella pace, a quella comunione quando vuoi, poiché è uno stato. Uno stato che hai raggiunto e conquistato per sempre, uno stato permanentemente accessibile, un Paradiso per sempre scritto in te.
Il suo accesso, la sua Porta, è il tuo cuore”.

La Vita e la Morte si confondevano davanti all’uomo in un’unica bianca, luminosa, femminea forma ricolma d’Amore, quella della Compassione Divina che lo avvolgeva, lo permeava e gli guariva per sempre l’anima, sgorgando dai suoi occhi in commosse e gioiose lacrime liberatorie.